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Firenze capitale d’Italia: colazione “Risorgimentale” al Bernini

Firenze capitale d’Italia: colazione “Risorgimentale” al Bernini

Storia

Ven, 19/03/2021 - 11:00

Sala Parlamento con tondi affrescati con i personaggi dell’epoca

Non capita tutti i giorni di fare colazione tra le pagine di un libro di storia. Eppure è proprio ciò che accade nella Sala delle Colazioni del Bernini Palace. Mentre si gustano le prelibatezze del pastry chef ci si sorprende ad osservare, incuriositi, una serie di ritratti dall’apparenza familiare. Ed è un gioco riconoscerli: sono Garibaldi, Cavour, e in generale i protagonisti del Risorgimento. Prima di apparire nei tondi affrescati che decorano la sala frequentavano abitualmente questo luogo. Se queste pareti potessero parlare racconterebbero tanti retroscena interessanti che appartengono alla prima fase del Regno d’Italia: quando, per sei anni, Firenze si ritrovò al centro della scena. 

Una parentesi che cambiò la storia della città

18 novembre 1865: il cannone della Fortezza da Basso spara in aria per annunciare che Vittorio Emanuele ha lasciato Palazzo Pitti, dove risiede, per recarsi a Palazzo Vecchio. I parlamentari del Regno lo attendono lì per inaugurare la IX legislatura. Si apre così la storia di Firenze Capitale del Regno d’Italia. Si chiuderà con un’altra cannonata, quella che aprirà la famosa breccia di Porta Pia, a Roma, il 20 settembre 1870.
Tra questi due colpi di cannone accadono tante cose. È una parentesi affascinante: la scelta di Firenze come capitale provvisoria è legata a una spinosissima questione diplomatica che vede opporsi il neonato Regno d’Italia alla Roma papalina, protetta dalle truppe francesi. Ed è proprio un accordo con Napoleone III a fare da sfondo al trasferimento da Torino, prima capitale, a Firenze. 
Per sei anni il Parlamento si riunisce nel Salone dei Cinquecento, dentro Palazzo Vecchio, mettendo in moto una complessa macchina legislativa. Nel frattempo la città accoglie funzionari e familiari al seguito, personale di corte e via dicendo: decine di migliaia di persone. Ma soprattutto, il Regno, nato da poco, ha bisogno di affermarsi sullo scacchiere internazionale, ispirandosi alle grandi capitali europee. Firenze cambia fisionomia, inaugurando una fase di cosiddetta “risanamento”, su progetto dell’architetto Giuseppe Poggi, durata fino al 1895. Nascono nuovi quartieri, si abbatte una parte del patrimoni architettonico medievale, si creano dei viali di circonvallazione ispirati ai boulevard di Parigi. Sarà una Firenze molto diversa quella che uscirà da questo periodo storico. 

Intrighi di palazzo nella buvette del Bernini

C’è una costante che non cambia mai: parallelamente alle aule parlamentari esistono luoghi informali dove i politici si incontrano e con discrezione tessono e disfano accordi e alleanze. Negli anni di Firenze capitale tutto questo avviene al Bernini Palace, all’epoca ribattezzato Hotel Columbia Parlamento. A favorire questa abitudine, la posizione comoda – si trova a pochi passi da Palazzo Vecchio, l’allora Parlamento – e l’eleganza dell’hotel, che precedentemente era noto come Albergo dello Scudo di Francia. Il palazzo si è appositamente rinnovato per assumere un aspetto all’altezza degli standard della borghesia italiana ed europea, fondendo gli stilemi architettonici rinascimentali con velluti, damaschi e interni di lusso. 
Tra i parlamentari c’è chi ci vive in pianta stabile e chi lo frequenta solo all’ora dei pasti. Intorno ai tavoli della buvette nascono lunghe conversazioni e si gettano le basi del prossimo trasloco, quello verso Roma. 
 
Oggi la Sala Parlamento, dove si riunivano, è la Sala delle Colazioni. Un ambiente di grande effetto scenico, grazie agli arredi e soprattutto alle decorazioni di ispirazione risorgimentale, che raccontano la storia di quegli anni. Lungo le pareti si possono ammirare i volti dei grandi personaggi dell’epoca, all’interno di tondi affrescati: al centro troviamo Garibaldi circondato dai toscani, come l’ultimo ministro del Granduca di Toscana Neri Corsini, Giuseppe Montanelli, Cosimo Ridolfi, Vincenzo Salvagnoli e Manfredo Fanti. Non mancano ovviamente i piemontesi: Cavour, Gioberti, Balbo e Brofferio, Lamarmora e Valerio, con Giuseppe La Farina. C’è Daniele Manin, protagonista della Repubblica di San Marco del 1849, ma non si vede Giuseppe Mazzini: acceso repubblicano, rifiutò sempre di giurare fedeltà al re, e non entrò in Parlamento. 

 

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